Ridere fa bene alla… terapia?

La risata è una delle forme più antiche e universali di comunicazione umana. Precede il linguaggio, attraversa le culture, disarma le difese più rigide. È un gesto semplice che, però, dice moltissimo di noi: della nostra disponibilità al mondo, del modo in cui ci lasciamo attraversare dalle emozioni, del grado di libertà con cui ci permettiamo di essere autentici.
Non è un caso che, nella vita quotidiana, ridiamo soprattutto quando ci sentiamo al sicuro. La risata nasce dove c’è fiducia. Dove il corpo smette di contrarsi. Dove possiamo smettere di recitare e, per un momento, essere soltanto noi stessi. In terapia, tutto questo ha un valore enorme.
La risata come balsamo
Quando un paziente ride davvero – non per compiacere, non per difendersi – qualcosa nel campo terapeutico cambia. La stanza si alleggerisce, la tensione si scioglie, la mente riprende a muoversi. Ridere permette di respirare dentro un’emozione difficile senza esserne travolti. È come aprire una finestra in una stanza dove l’aria era diventata troppo densa.
A volte la risata è la prima crepa nel muro della vergogna. Altre volte è un modo gentile di dire: “Ok, posso guardarlo. Possiamo farlo insieme.” O ancora: “Non sono solo dentro quello che sento.” Nella terapia, la leggerezza non è superficialità. È spazio. È possibilità.
Perché ridere fa bene al corpo e alla mente
La scienza lo conferma: ridere non è un atto “innocuo”, è un atto biologicamente potentissimo. Aumenta l’ossigenazione, rilassa i muscoli, abbassa il cortisolo, stimola endorfine e serotonina. In pratica, comunica al sistema nervoso: “È sicuro abbassare la guardia.”
Questo ha due conseguenze immediate:
- Il corpo si calma.
Le emozioni diventano più gestibili perché il sistema di allerta smette di lavorare al massimo.
- La mente si riapre.
Quando la tensione scende, tornano la lucidità, la capacità di riflettere, l’accesso alla parte creativa del pensiero.
Ecco perché anche un sorriso appena accennato può trasformare un momento di blocco in un passo avanti.
Gli adulti ridono meno… e non è un caso
I bambini ridono centinaia di volte al giorno, gli adulti una manciata. Non perché la vita diventi meno divertente, ma perché diventa più sorvegliata. Crescendo impariamo a controllare, trattenere, moderare. Eppure, quella parte spontanea non scompare: resta in fondo, in attesa di un varco.
La terapia, quando funziona, a volte diventa proprio questo: un luogo dove tornare un po’ più liberi, un po’ più veri. È curioso notare che, anche se ridiamo meno, ne avremmo più bisogno. La risata riduce ansia e tensione, migliora il tono dell’umore, stimola difese immunitarie e – cosa non da poco – ci fa sentire più connessi agli altri. Ridiamo quando ci sentiamo visti. Ridiamo quando qualcosa ci scioglie. Ridiamo quando il mondo, per un attimo, non fa più paura.
Ridere mentre si affronta il dolore: è possibile?
Molte persone temono che ridere, in terapia, sia fuori luogo. “Non voglio sminuire ciò che provo” o “Non voglio che sembri che lo prenda alla leggera”. Ma la risata non sminuisce nulla. Anzi, spesso dà coraggio.
Può arrivare:
• dopo una verità detta finalmente a voce alta, come un alleggerimento spontaneo;
• dopo un insight doloroso, come un modo per respirare;
• dentro un ricordo difficile, quando emergono aspetti teneri e umani;
• nel momento in cui il paziente si rende conto di quanto si è giudicato a lungo.
Non è una negazione del dolore: è la conferma che il dolore non ha l’ultima parola su di noi.
L’umorismo del terapeuta: quando aiuta davvero
Per anni l’umorismo è stato guardato con sospetto nella clinica: una possibile fuga, una maschera, un modo per evitare la profondità. E sì, è vero: l’umorismo può essere usato male. Può diventare distanza, può ferire, può banalizzare. Ma può anche essere un dono.
Un terapeuta che sa sorridere con il paziente – e non del paziente – può creare un clima di vicinanza potente. Può normalizzare, alleggerire, umanizzare. Può permettere alla persona di sentirsi meno “sotto esame” e più in relazione. La risata, in questo senso, è una forma di alleanza: un “siamo qui insieme”.
E allora: ridere fa bene alla terapia?
Non esiste una regola. Non esistono “sì” o “no” generalizzati. Esiste la relazione, unica e irripetibile. La risata può essere difesa, evitamento, imbarazzo. Ma può essere anche autenticità, presenza, sollievo, contatto. Quando nasce nel momento giusto, nel modo giusto, da un luogo di rispetto reciproco, può diventare una risorsa preziosa del percorso terapeutico.
Perché la terapia non è solo lacrime, insight e fatica. È anche vita. E ridere – quando è vero – è una delle forme più pure di vitalità.
Una piccola prova
Quando solleviamo gli angoli della bocca, anche senza un motivo reale, il cervello lo registra: ridurre il peso, aprire uno spiraglio, ricordarci che la durezza non è l’unico modo per attraversare le cose.
E allora ti chiedo: mentre leggi queste righe… gli angoli della bocca li hai sollevati almeno un po’?