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Il sistema nervoso non cerca la felicità: cerca sicurezza

Il sistema nervoso non cerca la felicità: cerca sicurezza

Il nostro sistema nervoso non è progettato per renderci felici. È progettato per mantenerci al sicuro. La felicità, quando arriva, è una conseguenza di uno stato di sicurezza, non il suo obiettivo diretto. Prima ancora di chiederci come stare bene, il nostro organismo si chiede: qui posso rilassarmi oppure devo proteggermi? Posso avvicinarmi oppure è meglio restare in allerta?
Questa valutazione avviene in modo silenzioso e automatico. Non passa dalla ragione, ma dal sistema nervoso autonomo, che legge continuamente micro-segnali dell’ambiente, del corpo e delle relazioni e regola di conseguenza il nostro stato interno. Quando percepisce sicurezza, il sistema si apre: il respiro si fa più ampio, la mente diventa più flessibile, il corpo è disponibile al contatto, al gioco, alla curiosità, all’apprendimento. È in questi stati che diventano possibili il piacere, la connessione, la creatività, il senso di pienezza.
Quando invece il sistema registra una minaccia – reale o anche solo somigliante a qualcosa di già vissuto – la priorità cambia. L’obiettivo non è più stare bene, ma proteggersi. Il corpo mobilita energia per difendersi, controllare, evitare, oppure per spegnere l’intensità interna quando questa diventa eccessiva. Non è una scelta cosciente: è una risposta automatica, biologica, profondamente intelligente.

Perché è importante sentire le emozioni?

Perché le emozioni sono parte di questo sistema di orientamento. Non nascono per complicarci la vita, ma per segnalarci ciò che accade dentro e fuori di noi: la paura avvisa di un pericolo, la rabbia di un confine violato, la tristezza di una perdita, la gioia di una direzione che nutre. Sentirle ci permette di restare in contatto con la realtà e con i nostri bisogni, e di regolare il nostro comportamento in modo flessibile e vivo. Ma quando, nella nostra storia, sentire è stato troppo intenso, troppo precoce o troppo solitario, il sistema può imparare che anche le emozioni diventano un rischio.
Ed è qui che molte persone, senza accorgersene, smettono di sentire. Ci sono persone che non piangono quasi mai. Non perché non soffrano, ma perché hanno imparato che l’intensità emotiva poteva far male. Non è freddezza. Non è distanza affettiva. È un adattamento del sistema nervoso. Quando un’emozione arriva troppo grande, troppo veloce o senza una relazione che la contenga, il corpo fa ciò che sa fare meglio: cerca sicurezza. E se la sicurezza non si trova fuori, la costruisce dentro, riducendo il volume del sentire. A volte questo prende la forma del controllo, altre volte della distanza, spesso del silenzio emotivo. È così che nasce l’intorpidimento.

Quando il corpo impara a spegnere per proteggersi

Molti lo descrivono come un “non sento niente”, ma quasi sempre è un “sento troppo, quindi non sento più”. È come se dentro ci fosse un interruttore: quando l’intensità supera una soglia, la luce si abbassa. Non per capriccio, ma per non sovraccaricare il sistema. È una forma di autoregolazione estrema, una strategia di sopravvivenza che ha avuto senso in un certo momento della vita.
E così la vita continua. Funziona. Si lavora, si gestisce, si risolve. Si è persino bravi, spesso bravissimi. Ma a volte, insieme al dolore, si spegne anche qualcos’altro. La gioia arriva attenuata, il desiderio fa fatica a bussare, le relazioni diventano corrette, ma non sempre nutrienti. La domanda che allora affiora non è tanto “perché sto male?”, ma “perché non mi sento più davvero qui?”.

Il prezzo invisibile di una strategia che ha funzionato

Ciò che ci salva in una fase della vita non sempre ci fa bene in un’altra. L’intorpidimento emotivo è una strategia perfetta quando non c’è spazio per sentire: quando bisogna reggere, quando bisogna andare avanti, quando nessuno può aiutarci a contenere quello che accade dentro. Ma il corpo non ama rimanere in difesa per sempre. Un sistema che resta troppo a lungo in modalità di protezione perde progressivamente la capacità di espandersi.
Difendersi ha un prezzo: significa vivere con una parte di sé chiusa a chiave. E quella parte non custodisce solo la sofferenza, ma anche la tenerezza, la fiducia, la spontaneità, la capacità di lasciarsi raggiungere. A volte lo spegnimento non si vede da fuori. Da fuori sembri a posto. Da dentro senti una specie di nebbia. Ti manca qualcosa, ma non sai bene cosa.

Tornare a sentire non è forzare: è creare sicurezza

Qui arriva la parte più delicata: non si torna a sentire con uno strappo. Non si torna a sentire rompendo le difese. Il sistema nervoso riapre solo quando percepisce che adesso è più sicuro. Quando c’è tempo, rispetto dei limiti, una presenza – interna o esterna – capace di reggere l’esperienza emotiva senza sopraffarla.
Per questo non serve forzarsi a provare, né spingersi oltre ciò che è tollerabile. Serve creare le condizioni perché il sentire diventi di nuovo abitabile. A volte i primi segnali sono minuscoli: un’emozione che finalmente arriva, anche se fa paura; un bisogno che smette di vergognarsi; una sensazione nel corpo che torna distinguibile; un “mi manca” che si trasforma lentamente in “voglio”. È un processo di regolazione e integrazione, non un interruttore da accendere.

Ciò che hai protetto non è perduto

Se ti riconosci in queste righe, prova a dirti questo, piano, senza fretta: non è che non senti, è che hai imparato a proteggerti. E ciò che hai protetto non è perduto, è custodito. Possiamo immaginare questa protezione come una soffitta piena di scatole impolverate: ognuna contiene qualcosa di troppo – troppo dolore, troppo bisogno, troppa paura – scatole chiuse con cura perché la vita doveva andare avanti.
Eppure, prima o poi, succede. Magari saliamo in soffitta per un altro motivo e notiamo una di quelle scatole. La curiosità ci fa avvicinare, proviamo a ricordare che cosa c’è dentro, ma il tempo ha sbiadito le etichette. Quando la apriamo, possiamo sorprenderci, a volte anche sentirci travolti da ciò che emerge. Non per punirci, ma per ricordarci chi eravamo mentre confezionavamo quella scatola.
Se ti va di esplorare questo spazio con delicatezza, ho raccontato una storia che parla proprio di questo: di una bambina che ha chiuso le emozioni in scatole per salvarsi, e del viaggio che la riporta lentamente al contatto con sé. Si intitola “Tana libera tutto!”.